Audiometafisica (Codice: TAUKAY 124)

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parte XII


Audiometafisica

Senza voler fare affermazioni retoriche e tanto meno provocatorie si può evidenziare il fatto che la Musica è l’Arte metafisica per eccellenza. Fin dalla Mousiké (mousike) greco antica – che riuniva in un termine tutte le Arti presiedute dalle nove Muse – e, più indietro, dal “sentire” delle culture dravidico-altoinduiste – l’Arte dei Suoni era nota per essere l’espressione più fantasmatica fra quelle cosiddette artistiche dell’essere umano. “Cosiddette” perché all’epoca (e da millenni) aspetti rituali, simbolici, magico-religiosi erano inscindibili da quella che nella modernità ha assunto il nome di Arte. “La musica usa il tempo per infliggergli una smentita”: forse l’affermazione più celebre sull’Arte dei Suoni del geniale antropologo (e sottilissimo musicofilo) Claude Levi-Strauss. In quelle parole c’è la lucida consapevolezza della sospensione immateriale dell’evento musicale, capace di portare suggestioni fortissime nel momento stesso in cui scompare dalla nostra esperienza percettiva. Un soggetto erratico eppure determinato che non fa altro che oltrepassare l’esperienza stessa, andare oltre quest’ultima. Una esperienza che nasce e rimane profondamente fisica. Dunque l’esperienza della percezione musicale è profondamente METAFISICA. Non dimenticando mai l’origine etimologica del termine physis, dove il panismo più sensista e profondo nutre il significato, amplissimo ed esperienziale, di “Natura”.
Non poteva esserci richiamo più forte, per un progetto di sonorizzazione musicale mirata, di una grande esposizione sul tema della Pittura – e non solo tale – Metafisica. Laddove i richiami intellettuali rimandano a due spiriti altissimi e controversi della crisi del soggetto in Occidente quali il diagnosta metamorale Friedrich Nietzsche (che fu musicista a tutti gli effetti) e il geniale e discusso autore di “Sesso e carattere”, Otto Weininger.
Un richiamo e uno stimolo ad individuare elementi concreti di tipo compositivo. E non appaia ciò un paradosso, visto che ci si muove nei dintorni del territorio misterioso ed onirico di una stagione creativa irripetibile come, appunto, quella della pittura metafisica. Pur nelle sottili accezioni che cangiano, seguendo la sensibilità dei diversi autori, ciò che va sottolineato è che l’”eccellenza” dell’individuazione immaginifica nel dipinto metafisico produce il senso dello straniamento del luogo e il suo echeggiare, in tale straniamento di luogo e forme, manifesta una classicità sovrastorica, che diventa archetipo onirico, materializzazione figurata del sogno. Non è un caso che lo sviluppo parigino dell’intuizione metafisica porta al Surrealismo. Nei sogni è infrequente sentire suoni o, addirittura, musiche. Tanto che sono storicizzati esempi rari e storici (Tartini con il “trillo del diavolo” e Stravinskij con l’”Ottetto” per fiati). 
Ma la suggestione più forte, lo stimolo più sospingente è quello di individuare, nella ricchezza praticamente infinita delle modalità compositive – straordinariamente potenziate dall’immenso parco timbrico dell’era digitale – elementi che “risuonino” con il contesto al quale sono destinati e ne aggancino le vibrazioni preesistenti.
Uno spazio d’arte figurativa e anche suggestivamente architettonico, diventa tanto più potente espressivamente se lo si fa risuonare. Non come mera presenza di materiali sonori comunque importanti, soprattutto se concepiti per orientare ai materiali esposti l’attenzione del visitatore, quanto quello, più articolato ed interessante, di costruire un linguaggio sinestetico con altri stimoli capace di accogliere il fruitore in una dimensione artisticamente più evoluta e completa. Il soggetto in essere si presta in modo particolare ad una azione d’arte quanto mai significativa e “in asse” fra vari elementi. Se la metafisica pittorica gioca sulle forme e sulla mirabile contraddizione dell’improbabile collocazione in spazi più della mente, del sogno che della realtà, attuando di fatto una sorta di “sospensione di senso”, una musica pensata e “consonante” a questo assunto non potrà che magnificare e potenziare l’espressione generale dell’iniziativa. Lo spettatore non assisterà a dei concerti strutturati con ragionate “spazializzazioni” delle fonti e degli interpreti ma godrà di una colonna sonora permanente diffusa secondo criteri particolari negli spazi predisposti. 
La suite di pezzi composta appositamente per l’occasione è dunque concepita cercando modalità che assemblino elementi musicali e pittorici, intesi nel senso profondo delle strutture lineari e nella restituzione – certo sensibilisticamente arbitraria e creativa – del (suono) colore.
Per quanto riguarda le strutture lineari e la loro riproduzione in suoni non appaia fantascientifico e inaffidabile il discorso, se si pensa solo al mottetto isoritmico Nuper rosarum flores che il grande Dufay compose nel 1436 per l’inaugurazione della cupola del Brunelleschi di S. Maria a Firenze: fu strutturato allineando i valori musicali a quelli matematico-geometrici che regolano proporzioni e valori statici.
In questo caso non si è operato certo secondo le complesse e neoplatoniche gematrìe rinascimentali ma si è comunque tenuto conto di alcune “tracce” delle strutture pittoriche per ricrearne una sorta di percorso sonoro vicino a queste.
Così i vari “eventi” musicali sono stati concepiti e realizzati secondo criteri vicini a quello summenzionato. Tenendo conto cioè di composizioni le cui trame sono il meno strutturate possibile nel senso della compiutezza formale musicale. Il Logos musicale occidentale spesso è appesantito da gravami grammaticali che, in questo caso e per questo progetto estetico auditivo, renderebbero troppo densa quella bellissima materia eterea, diventata forma e colore cangianti, che è la creatività pittorica orientata al “metafisico”. Creatività traslata in quella che possiamo chiamare, al di là delle categorie, una esperienza Audiometafisica.

Marco Maria Tosolini

 

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