Vive le Coq! À bas l’Arlequin!
Musica da camera nella Parigi del Novecento
parte seconda
TauKay 127
Ammiro gli arlecchini di Cézanne e di Picasso, ma non
amo Arlecchino: porta un cappello e un vestito di tutti i colori
e, dopo aver rinnegato al canto del gallo, si nasconde. È un
gallo notturno. Amo invece il vero gallo, perfettamente versicolore:
il gallo dice “Cocteau” due volte e resta nel pollaio.
Jean Cocteau
Francis Poulenc (1899 - 1963)
Sonata
per oboe e pianoforte
Silvia Zabarella - oboe, Barbara Rizzi - pianoforte
Georges Auric (1899 - 1983)
Trio
per oboe, clarinetto e fagotto
Silvia Zabarella - oboe, Roberto Scalabrin - clarinetto,
Daniele Galaverna - fagotto
Darius Milhaud (1892 - 1974)
Le boeuf sur le toit
(Cinéma-Symphonie sur des Airs Sud-Américains)
per pianoforte a quattro mani
Antonio Nimis, Barbara Rizzi - pianoforte
Arthur Honegger (1892 - 1955)
Petite Suite
per due strumenti melodici e pianoforte
Silvia Zabarella - oboe, Lucio Degani - violino,
Barbara Rizzi - pianoforte
Arthur Honegger (1892 - 1955)
Sonatina
per clarinetto e pianoforte 11 Modéré 2’28”
Roberto Scalabrin - clarinetto, Barbara Rizzi - pianoforte
Francis Poulenc (1899 - 1963)
Trio
per oboe, fagotto e pianoforte
Silvia Zabarella - oboe, Daniele Galaverna - fagotto
Antonio Nimis - pianoforte
Ai compositori del Gruppo dei Sei e alla figura carismatica
di E. Satie, artisti che lasciarono un'indelebile impronta nella
cultura non solo musicale della Parigi del '900, l'Associazione
Musicale Tarcentina ha voluto dedicare la I^ edizione di un Laboratorio
Internazionale di Musica da Camera. Nel quadriennio 2002-2005,
all'insegna dell'arguto e irriverente motto di J. Cocteau “Vive
le Coq! À bas l'Arlequin!”, musicisti provenienti
da tutta Europa si sono ritrovati a Tarcento (UD), cittadina
del Friuli collinare, per riscoprire e valorizzare la musica
di Satie, Honegger, Poulenc, Durey, Tailleferre, Auric e Milhaud.
Frutto di tale entusiasmante esperienza è questo 2° CD
che va a costituire quindi, oltre che un documento del lavoro
svolto, anche una particolarissima antologia della musica da
camera del Gruppo dei Sei.
Direzione Artistica: Barbara Rizzi - Antonio Nimis
Fredde intense emozioni
di Marco Maria Tosolini
"Tra il gusto e la volgarità, entrambi fastidiosi, resta un impulso
ed un provvedimento.Il tatto di comprendere fino a dove si può andare
troppo lontano" Riportando in un saggio su i "Six" questa frase
presa da uno scritto sulla vivace rivista "Mot" di Cocteau, Paul Collaer
(AA.VV.,1987) segnala che "questa ultima osservazione sarebbe ben presto
divenuta una delle frasi chiave di Le Coq et l'Arlequin e avrebbe guidato fino
ad un certo punto la condotta dei giovani musicisti che sarebbero diventati i "Sei"(ibidem).
E' il caso comunque di ricordare che Le Coq et l'Arlequin fu un opuscolo che
Cocteau pubblicò in epoca coeva alla nascita del gruppo, lanciato con
l'appellativo de i "Six" dal giornalista Henri Collet senza che i compositori
ne fossero informati. Auric, Durey, Honegger, Milhaud, Poulenc, Tailleferre non
avevano in animo una progettualità estetica comune. Erano semplicemente
legati da amicizia e da una "Gioia di vivere" comune. Tuttavia ciò che
affascina è che quel multiforme laboratorio d'arte che fu il gruppo -
di cui forse questo documento secondo del workshop cameristico che ne è all'origine è sintesi
poetica significativa - ebbe qualche filo rosso sotteso fra le diverse sensibilità creative.
Il complesso di creazioni qui fonoriprodotte vede idealmente aprirsi e chiudersi
con due opere di Poulenc dove la prima è della maturità estrema
(sonata per oboe e pianoforte del 1962) e l'ultima della fase giovanile (Trio
per oboe, fagotto e pianoforte del 1926) essendo, l'autore, nato nel 1899 e scomparso
nel 1963. Poulenc, sa va sans dire, è la personalità più intensa
e completa dei "Six", senza nulla togliere all'alluvionale creatività di
Milhaud, al rigore criptosperimentale di Honegger, alla poco conosciuta e lieve
eleganza di Auric, qui presenti. Una bella foto di Man Ray, del 1924, ritrae
Poulenc in quella diafana levigatezza del volto imberbe che dimostra meno anni
di quelli anagrafici, disegnato nella gentilezza vagamente paffuta di una eleganza
un po' molle. Una figura assai engagé, coerente con l'emergere di quello
che fu subito individuato, nella Parigi più rutilante, un enfant gaté.
Eppure il giocare di Poulenc con le forme sublimi di un camerismo perfetto, non
lo fece cedere totalmente al neoclassicismo che Stravinskij aveva lanciato dal
1919, dopo il viaggio a Napoli e la scoperta di Pulcinelli pseudopergolesiani.
Anzi quella tensione morale e/o satirica che gli aveva permesso di comporre La
voix humaine (1959) o Les mamelles de Tirésias (1947) o, ancora, Les dialogues
des carmélites (1957) si trasforma, nella scrittura cameristica, da un
lato in una vena lirica pura e inesauribile come sorgente cristallina, dall'altro
come rigore costruttivo che non solo non impedisce la fluidità della dinamica
costruttiva ma, semmai, la esalta. La sonata per oboe e pianoforte mette in risalto
tutto ciò laddove va data particolare attenzione alla scrittura pianistica
che, in virtù della esperita ricchezza sottolinea, più che supporta
l'evoluzione melica dell'oboe. I disegni tematici a quest'ultimo consegnati sono
quanto mai adatti ad esaltare le virtù seducenti ed arcaicizzanti ad un
tempo, dello strumento caro a Pan. La cultura profonda e classica di Poulenc è un
valore aggiunto alla sua sensibilità per fare del bizzoso tematismo novecentesco
comunque un atto di grazia anche nei punti più impervi, rapidi e virtuosistici.
Il Trio conosce una storia particolare perché ci giunge con delle modifiche
intervallari rispetto all'originale. Questo non certo per una arbitrarietà di
qualche improvvido trascrittore ma per una consuetudine di variazione tematica
voluta dallo stesso Poulenc, il quale ne consegnò e autorizzo la traccia
nel corso di varie esecuzioni realizzate assieme a André Lardrot già Maestro
di Silvia Zabarella. Un gradevole esempio di "trasmissione diretta" del
ripensamento di un Maestro. Il camerismo di Poulenc
ha un registro di particolare attenzione per l'uso dei fiati
e dei legni in particolare. Qui, pur nel nitore di una scrittura
antiromantica - eppur sensibile e a tratti lirica - tutti i dispositivi
di magnificazione timbrica (tradizionale) vengono messi in atto
dando alla relazione fra le due doppie ancie momenti di suggestiva
vibratilità. Dialogico ovviamente è l'impianto
più percepibile, con un pianoforte che tesse trame di
armonizzazione e ricongiungimento.
Nel 1938, anno di composizione del Trio per oboe, clarinetto
e fagotto, Auric era un compositore maturo ed esperito (1899-1983)
ed esprimeva, a livello personale,
una personalità forte, portatrice di cultura vivissima, notevole ironia,
senso critico vicino spesso a quel sarcasmo che gli aspetti più ruvidi
e meno noti della cultura parigina trasmettono. Ciononostante come compositore è sostanzialmente
sottovalutato forse per quella tendenza conformista degli osservatori i quali,
laddove non vedono presunta chiarezza ma debordante ecclettismo, si insospettiscono
e ne riducono l'importanza nella valutazione e nella consegna ai posteri. Compose
- in modo ancora più estremo di Poulenc - musiche di grande impegno, per
film (per Cocteau e Renoir!), cabarettistiche, dissacranti, canzona-torie. Fu
un depistatore più vicino di tutti, forse, a Satie soprattutto nell'epoca
coeva. Ma, anche qui, nel scendere nell'agone dell'esercizio di stile Auric dimostra
padronanza e approccia il camerismo con sicurezza e passo rigoroso. Il Trio è,
in tal senso, esemplare. Più "articolato" tematicamente dei
lirismi di Poulenc la composizione non disdegna,però e in più di
un punto, momenti piani e riflessivi ma la traccia dominante è quella
della vividezza costruttiva. E' evidente che l'uso di tre strumenti monodici
stimola l'autore a veri e propri giochi sonori, quasi pregiate "grafie" musicali
che gli interpreti tessono con un gusto di florilegio tipico di un alto autocompiacimento,
di una cultura della bellezza esecutiva tout-court.
Le boeuf sur le toit , anche nella trascrizione per pianoforte a quattro mani
- vi è una versione per orchestra - è sostanzialmente un piccolo
monumento alla poetica antiromantica del più neoclassico dei "Six",
Darius Milhaud. Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio dandy della composizione
ma, ancora una volta, imprevedibile, vulcanico, dispettoso, proteiforme. Il catalogo
di Milhaud è impressionante e la grand fanfare della sua inesausta creatività prende
ispirazione dalle architetture gotiche fino agli episodi (surreali) di cronaca.
Così quando su un giornale di Parigi compare la foto di un bue che gli
ignari abitanti di un quartiere trovano la mattina su un tetto - e dall'immagine
appare evidente che il bue ha un'aria perplessa - Milhaud non resiste alla tentazione
di tradurre in musica per un balletto la anodina situazione. La realtà supera
la fantasia. Milhaud ne trae una musica che tributa onore agli amati ritmi sudamericani
(usa nella composizione tango, maxixe, samba e fado portoghese) che aveva conosciuto
nella sua lunga e dorata trasferta in Brasile al seguito dell'ambasciatore-scrittore
Claudel. Milieu musicale spesso scoppiettante, motivi reiterati e cantabilissimi,
dissonanze accennate e dispettose ma grande amabilità del tutto. Una ridda
di colori sonori resi anche nella versione pianistica.
Di origine svizzera Honegger si forma a Parigi sotto la guida del severo e
bravo Gedalge, oltre che Widor e D'Indy. Per questi motivi non meraviglia la
sua predisposizione
allo stile classicista e filogermanico nel comporre. Nel quadro dei "Six" è certo
il meno lieve e il più strutturato, innamorato delle tecniche contrappuntistiche
e del mondo bachiano. Il suo contributo è proprio per questo particolare
e significativo. Lo dimostrano queste due composizioni del 1922 - la sonatina
per clarinetto e pianoforte - e del 1934 - la Petite suite per violino, oboe
e pianoforte. Quest'ultima, in realtà, fa parte di un corpus di tre composizioni
dove la prima è per sassofono e pianoforte, la seconda è per due
flauti, la terza è per due strumenti melodici e pianoforte. In origine
vi è una pratica che prevede violino, clarinetto ma l'indicazione, come
si evince, dà libertà nell'assemblaggio timbrico. Anche l'ascoltatore
profano, ma sensibile, coglie in queste due opere la suggestiva difference della
poetica di Honegger soprattutto da Poulenc e Auric. La solidità costruttiva
di Honegger guarda a celebrazioni formali di notevole forza e il suo "esprit
de froundeur" è più nel segno di una ripulitura strutturale
del sentimentalismo senza disdegnare una sostanza d'espressione che invece, talvolta,
magnifica l'intensità. a tratti drammatica, del sentimento.
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