Vive le Coq! À bas l’Arlequin!
Musica da camera nella Parigi del Novecento
TauKay 125
Ammiro gli arlecchini di Cézanne e di Picasso, ma non
amo Arlecchino: porta un cappello e un vestito di tutti i colori
e, dopo aver rinnegato al canto del gallo, si nasconde. È un
gallo notturno. Amo invece il vero gallo, perfettamente versicolore:
il gallo dice “Cocteau” due volte e resta nel pollaio.
Jean Cocteau
Erik Satie (1866
- 1925)
Trois Morceaux en forme de poire
per pianoforte a 4 mani
Manière de Commencement
Prolongation du même
I (Lentement)
II (Enlevé)
III (Brutal)
En plus
Redite
Barbara Rizzi, Antonio Nimis - pianoforte
Francis Poulenc (1899 - 1963)
Sonata
per clarinetto e pianoforte
I Allegro Tristamente
II Romanza
III Allegro con fuoco
Roberto Scalabrin - clarinetto, Barbara Rizzi - pianoforte
Darius Milhaud (1899 - 1974)
Suite op. 157 b
per violino, clarinetto e pianoforte
I Ouverture (vif et gai)
II Divertissement (Animé)
III Jeu (Vif)
IV Introduction et Final (Modéré)
Lucio Degani - violino, Roberto Scalabrin - clarinetto,
Konstantin Bogino - pianoforte
Germaine Tailleferre (1892 - 1983)
Seconda Sonata
per violino e pianoforte
I Allegro non troppo
II Adagietto
III Final (allegro)
Lucio Degani - violino, Konstantin Bogino - pianoforte
Francis Poulenc (1899 - 1963)
Capriccio (d'après Le Bal masqué)
per due pianoforti
Élégie
per due pianoforti
L'embarquement pour Cythère
(Valse-Musette)
per due pianoforti
Konstantin Bogino, Barbara Rizzi - pianoforte
Dall'affermazione di Jean Cocteau, grande esponente dell'avanguardia
letteraria ed artistica parigina del primo novecento, è nata
l'idea di fondare a Tarcento, cittadina collinare del Nord Italia
(Friuli Venezia Giulia) il Laboratorio Internazionale di Musica
da Camera, in cui ogni anno, per una decina di giorni, diversi
musicisti si ritrovano per dar vita a produzioni musicali che
valorizzino sia i compositori del “Gruppo dei Sei”,
sia chi ne influenzò le scelte artistiche.
L'Associazione Musicale Tarcentina, impegnata da oltre un ventennio
a promuovere la cultura musicale con iniziative di alto valore
artistico, ha voluto raccogliere nel presente CD una parte del
repertorio eseguito dal Laboratorio nel biennio 2002/2003.
Direzione Artistica: Barbara Rizzi - Antonio Nimis
Seri scherzi in musica
a cura di
Marco Maria Tosolini
Si sa che i “six” francesi - i compositori Auric, Durey, Honegger,
Milhaud, Poulenc, Tailleferre - non hanno fatto mistero di considerare Erik
Satie una sorta di padre spirituale ed ispiratore. Satie (1866-1925), giunto
al successo faticosamente e tardivamente, fu qualcosa di più “esteso” di
un compositore, ancorché di difficile decifrazione per molti suoi coevi.
Se lo si considera un "riprogettatore di estetica" che utilizza soprattutto
la musica il personaggio - di straordinaria importanza per, appunto, un ripensamento
dell'arte stessa dal Novecento in poi - diventa certo più comprensibile
ed amabile. Vale la pena in tal senso di leggere "Quaderni di un mammifero" dove
si concentrano le finissime provocazioni, il divertissement metamorale, il
gioco sottile dei calembours più logici che lessicali a dimostrazione
che la musica è la via principale del suo “fare artistico” ma
non l'unica. Non a caso è il milieu sperimentale dei surrealisti che
lo accoglie laddove le musiche per orchestra di “Cinema - Entr'acte” sono
a lui affidate da un manipolo di incursori della cultura come Cocteau, Duchamp,
Man Ray e quant'altri.
Così perfettamente si inseriscono in questa controestetica antiromantica
di inizio secolo scorso i celebri “Trois morceaux en forme de poire” per
pianoforte a 4 mani. Si dice stimolati da un Debussy affettuoso ma un po' critico,
nel momento in cui invitava Satie a prestare maggiore attenzione allo “sviluppo
della forma” in termini ovviamente compositivi, i morceaux in quella
direzione tornarono con una non troppo implicita ironia. Infatti, in francese,
morceaux significa “pezzi” ma soprattutto “pezzi staccati
a morsi” come si può fare con un frutto. E, va da se', en forme
de poire - in forma di pera! - echeggia una elegante ridicolizzazione della "necessità della
forma" in musica a cui Debussy benevolmente lo invitò.
Satie dimostrò, con rare composizioni piuttosto articolate, che non
era la capacità di padroneggiare il materiale musicale “storico” che
gli mancava. Compì, invece, un percorso atto a portare una nuova visione
dell'atto estetico stesso. Così, nello scrivere musica, e in questi
pezzi deliziosi (come un frutto garbato?) il fluire della composizione si contraddice
in un senso di elegante “episodicità” dove temi dell'accordalità e
e di divertite melodizzazioni apparentemente vacue ridisegnano una poetica
e si distaccano, con lieve sorriso, dalle ormai esauste temperie del tardo
romanticismo da un lato ma anche da certo inquieto impressionismo dall'altro.
Accenni di reiterazioni di moduli espressivi annunciano una delle maggiori
intuizioni di Satie e, cioè, quella della ripetitività utilizzata
non più evitata come fantasma di sterilità creativa ma, semmai,
come eretico demolitore della “sacra” unicità dell'idea
generatrice. Se si pensa che di lì a poco Walter Benjamin scriverà “L'opera
d'arte nell'epoca della riproducibilità tecnica” sulla perdita
dell'”aura” della medesima e pochi decenni dopo nascerà,
negli Stati Uniti d'America, la musica detta “iterativa” e/o “minimalista” Satie
si configura come profetico agitatore giungendo alla composizione “Vexations” per
pianoforte dove una formula accordale viene ripetuta ad libitum!
Dei “six” Germaine Tailleferre costituisce, anche se non l'elemento
di punta, una insolita nota di reale feminino d'arte, raro anche nella evoluta
Parigi di quegli anni. Estremamente longeva la notorietà della
compositrice (assieme a quella di Durey e Auric) dopo il periodo glorioso del “club” artistico-intellettuale
durato sostanzialmente dal 1918 al 1921 fu un po' offuscata da altre figure
del gruppo la cui produzione ebbe maggiore risonanza ed eco nella storia in
genere. Tuttavia, in tempi recenti, con l'intensificarsi di attenzione alle
forme di camerismo più raffinato dell'alto Novecento è riemersa
la figura di quest'autrice, scomparsa nonagenaria non tanto tempo fa. La Sonata
per violino e pianoforte della Tailleferre è del 1956 e, cioè,
come le opere qui enunciate degli autori provenienti dalla famosa prima riunione
nel salotto del pittore Louis Lejeune (cui solo mancava Milhaud, in Brasile
come attaché al seguito dell'ambasciatore-scrittore Paul Claudel) che
allora si battezzarono “Les nouveaux Jeunes” appartiene ad un'epoca
ben diversa dalle vivaci origini. Dopo il 1921 ognuno degli autori prese una
sua strada ma non si deve pensare che l'ambiente artistico di origine non abbia
segnato in qualche misura un fare musica così inizialmente connotato.
Pur trattandosi di autori diversi ciò che li accomunò fu, come
s'è scritto, un sostanziale antiromanticismo ma anche un distacco dalle
ansie delle avanguardie e delle sperimentazioni con, forse, eccezione di Honegger,
la cui ascendenza germanica gli lasciò legami significativi con la musica
dei romantici tedeschi e una tensione metafisica incline a soluzioni ardite
(per tutti “Pacific 231” dove gli archi “mimano” l'accelerazione
di un treno con propulsione diesel). Tailleferre, dunque, nel suo lungo excursus,
conosce raramente grandi curve creative e la “Sonata” ci convince
della sua “calligrafia” compositiva intonsa, dove momenti di cantabilità si
alternano a situazioni più articolate e semivirtuosistiche, fermando
sempre l'attenzione ad un sostanziale nitore espressivo.
Con Francis Poulenc si tocca forse la vetta creativa del mondo dei “six” in
considerazione della grande raffinatezza di scrittura di questo autore, della
sua affascinante ambivalenza fra l'esegeta di cameristi lievi ed intriganti
e quella dell' autore intenso ed ispirato (soprattutto opere teatrali e corali
a carattere religioso). Due anime che guardano forse più a Ravel che
a Satie ma che bene accolgono e riesprimono un particolare “neoclassicismo”.
Forme ben tornite, disegni chiari, grande senso lirico modellano il camerismo
di Poulenc dove la matura “Sonata” per clarinetto e pianoforte
- composta nel 1962, anno che precede la morte - è un estremo omaggio
ai suoi ambiti strumentali più amati: il pianoforte e i fiati. Una composizione
questa che inizia con un guizzo esecutivo poi orientato a lirismi di diverso
respiro. Né mancano aspetti dove l'espressione diventa misteriosa migrando
spesso da zone oscure a più luminose anche in ragione di repentini cambi
di relazione maggiore-minore. La parte centrale si distilla in un percorso
rarefatto, nutrito si semplicità dei movimenti accordali del pianoforte
e di sommessa, quanto suggestiva espressione melica del clarinetto dando forte
connotazione, in realtà, a tutta l'opera anche e nonostante la vividezza
quasi circense dell'ultimo tempo.
“
Capriccio d'apres Le Bal masqué”, “Elégie”, “L'Embarquement
pour Cythère” per due pianoforti rispettivamente del 1952, 1959,
1951 costituiscono un “trittico di stile” dove il dialogo pianistico
di Poulenc ci consegna sia padroneggiamento tecnico di formule complesse (talvolta
di vago sapore stravinskiano) ma anche e soprattutto di quella vena un po'
incantata eppure nitida, tipica di un pianismo tutto “francese” che
Poulenc portò a maturazione straordinaria nel corso della sua vita artistica.
Il più prolifico dei “six”, vero funambolo della creatività,
con un catalogo di composizioni sterminato, fra loro diversissime, quasi epigone
e potenziatore di una multiformità stilistica iperstravinskiana fu certamente
Darius Milhaud. Nell'incredibile novero delle sue composizioni solo i quartetti
per archi, ad esempio, sono venti, a dimostrazione che la musica da camera
costituiva un luogo privilegiato anche in questo orizzonte generale così ampio.
Una moltitudine di pezzi per le formazioni cameristiche più diverse
offrono anche soluzioni timbriche assai diverse. La “Suite op. 157b” per
violino, clarinetto e pianoforte, del 1936, gode di quegli equilibri aurei,
nella costruzione formale, nell'inventività tematica, nell'intelligenza
divertita di soluzioni briose tipiche di un neoclassicismo “altro” rispetto
alle suggestioni di Poulenc. Milhaud, anche quando appare maggiormente meditativo è tuttavia
incline alla solare esplicitazione. La godibilità di questa “Suite” sta
sostanzialmente nell'esercizio di stile colto e brillante, capace di far muovere
i tre strumenti come tre attori capaci e convincenti, conduttori di un “discorso” musicale
piacevole, ricco e non banale.
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